La denuncia contro la violenza sulle donne spesso può arrivare anche da un contesto, apparentemente lontano, come quello dell'architettura. Vincitore alla scorsa edizione del WAF 2013 (World Architecture Festival), il Women’s Opportunity Center di Sharon Davis Design, è un rifugio di protezione per le donne di Kayonza, in Rwanda. Realizzato in collaborazione con Women for Women International, un'organizzazione umanitaria che aiuta le donne sopravvissute alla guerra nel ricostruire le proprie vite, il progetto nasce dalla considerazione che la ricostruzione di un paese che ha sofferto per il genocidio è raggiunta soprattutto attraverso l'educazione e l'auto-inserimento nel mondo del lavoro.

Il Centro per le Donne, completato nel giugno 2013, è un mini-villaggio trasformato in agglomerato urbano e centro di sussistenza agricola, con un ordine del giorno architettonico per creare opportunità economiche, ricostruire le infrastrutture sociali e ripristinare l'eredità africana. Il design riprende le tecniche costruttive della tradizione del Rwanda, ormai perdute: 450.000 mattoni di argilla per forme circolari che irradiano verso l'esterno, dalle aule interne, raffreddate da tetti verdi, al centro dell'edificio per realizzare uno spazio comunitario e un mercato contadino.

 In questo ambiente semi-rurale, le donne dedicano le loro giornate alle piccole aziende di sussistenza, alla raccolta di acqua fresca, e all'utilizzo di legno come combustibile. Abbiamo collaborato con le imprese locali per creare un sistema di depurazione delle acque, biogas, e altri sistemi sostenibili che possono essere prodotti e mantenuti dagli abitanti stessi. Al posto delle latrine inquinanti, tipicamente presenti in Rwanda, abbiamo progettato semplici servizi igienici di compostaggio che riducono l'uso dell'acqua durante la cattura e generano rifiuti solidi e liquidi ricchi di azoto. Il sistema produce naturalmente fertilizzante per nutrire l'azienda o essere venduto come parte delle strategie di realizzazione di entrate del villaggio. (Sharon Davis)

Il progetto comprende una fattoria per aiutare le donne a produrre e commercializzare i propri prodotti. Al mercato sulla strada, le donne vendono prodotti alimentari, tessuti, cesti, e altri prodotti fabbricati in loco, così come l'acqua potabile, raccolta dai tetti del centro. Spazi di mercato possono essere affittati per generare reddito supplementare, la costruzione di una rete di comunità autosufficiente in Kayonza. Le donne imparano le tecniche di allevamento del bestiame e i metodi di trasformazione degli alimenti che possono essere utilizzati per le proprie cooperative alimentari. Le pareti di mattoni forati consentono il raffreddamento passivo e la schermatura solare, pur mantenendo un senso di privacy.

Il Women’s Opportunity Center permette a 300 donne ogni anno di liberarsi dalle conseguenze tragiche del conflitto. "Il ruolo dell'architetto dovrebbe essere proprio creare un'etica globale di collaborazione che sappia rapidamente rimodellare la nostra pratica. Nella vita e nelle storie di queste donne, abbiamo trovato i motivi di ispirazione locale per un'architettura globale di risonanza e di ottimismo".

Un altro progetto degno di segnalazione è il CBF (Centre pour le Bien-être des Femmes et la prévention des mutilations génitales féminines) proprio di uno studio italiano: FAREstudio dell'architetto Riccardo Vannucci. Il Centro nasce nel 2005 su iniziativa dell’ONG AIDOS (Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo) ed è rivolto alle donne di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Finanziato dai Democratici di Sinistra, con un contributo della Commissione Europea, il CBF fornisce quasi gratuitamente prestazioni sanitarie, assistenza psicologica e consulenze legali. Il progetto si basa sulla separazione delle attività primarie svolte dalla CBF in due distinti edifici, anche se strettamente correlati: un Centro di Formazione dedicato alle attività di sensibilizzazione, l'amministrazione e la gestione del CBF, e un centro di consulenza, utilizzato per visite mediche, assistenza legale e consulenza psicologica. I due edifici principali sono impostati su un'unica piattaforma rialzata che crea un vero e proprio piano artificiale per i vari edifici.

Le pareti sono costruite in BTC [briques en terre comprimée], mattoni crudi impastati con terra, cemento e acqua prodotti in situ da maestranze locali, asciugati al sole e montati a secco. La scelta di utilizzarli rappresenta la volontà di introdurre una tecnologia sostenibile alternativa, in un contesto edilizio legato a soluzioni costruttive standardizzate, non sempre ottimali, e all’importazione di materiali dall’estero. Lo spazio esterno, simile a l'interno, è concepito come uno spazio aperto per essere utilizzati da tutta la comunità. Si tratta di uno spazio di condivisione e di informazione, utilizzato per organizzare con la comunità sessioni di formazione, informazione e sensibilizzazione riguardanti la salute sessuale e riproduttiva, i diritti delle donne e delle famiglie, i comportamenti a rischio di malattie sessualmente trasmissibili, la prevenzione di ogni tipo di violenza fatta sulle donne e di pratiche tradizionali nefaste come le mutilazioni genitali femminili. Lo slogan della ONG locale, tradotto in 5 lingue, completa la decorazione delle pareti esterne. Ogni parete diventa una tela, presentando il messaggio sociale in modo informale: "Io ho dei diritti".