Nel 1929 Alvar Aalto e la moglie Aino costruivano in Finlandia, nella cittadina di Paimio, un Sanatorio, un complesso architettonico immerso in una vasta area di colline moreniche ricoperte di boschi, lontano dai centri abitati, dove venivano curati i malati di tubercolosi. Negli stessi anni, l'architetto americano Richard Nuetra progettava la Lovell Health House a Los Angeles, come residenza modernista del medico e naturopata Philip Lovell. La sua casa doveva essere uno spazio di salute e benessere, e si ispirava alle architetture dove si curava la tubercolosi. Un tempo il design e l'architettura venivano chiamati in campo per progettare spazi fisici in relazione alle epidemie di malattie infettive. Oggi, in tempi di quarantena domestica da pandemia globale, ci si chiede come dovrebbero essere gli spazi abitativi e come il design può agire per arginare la diffusione del virus.

Il diffondersi del COVID_19 ha costretto sempre più persona in quarantena. Ci sono sempre più incertezze sul futuro. Apparentemente da un giorno all'altro, il nostro stile di vita è cambiato. Le scuole e le Università sono chiuse. I negozi non aprono se non quelli di prima necessità. Gli ospedali traboccano e le città vanno in blocco. Così guardare al passato talvolta può essere non solo di conforto ma anche di aiuto sulla formulazione di nuove idee e domande. Il mondo del design si è sempre interrogato su quelle che possono essere le maggiori implicazioni sociali e come intervenire. E, in tempi di pandemia, una riflessione su quali e come dovrebbero essere gli spazi di vita è obbligatoria.

La quarantena

La parola quarantena è un termine antico, radicato nella parola latina per "quaranta giorni", che faceva alla segregazione di quaranta giorni prescritta ai malati contagiosi e probabilmente venne usata per la prima volta per indicare le misure preventive adottate a Venezia durante il Medioevo per fermare la diffusione della peste bubbonica, la cosiddetta Morte Nera. Oggi il tema della quarantena ritorna emergente più che mai. Lo spazio, in relazione alle epidemie di malattie infettive, non è da intendersi solo come luogo di isolamento per evitare contagi, di quarantena appunto, ma implica anche un problema di progettazione. In molte città e quartieri del mondo esistono testimonianze di come gli uomini e gli architetti hanno reagito alle diffusioni di virus contagiosi progettando gli spazi fisici. Ne sono un esempio il Lazzaretto di Milano , descritto da Alessandro Manzoni ne I promessi Sposi, e oggi sostituito da uno dei quartieri più vibranti della città; l'isola lagunare di Venezia, detta appunto Lazzaretto Vecchio, probabilmente è stato il primo lazzaretto della storia e fu costruito per rispondere alla "Morte Nera"; le isole artificiali di quarantena dell'arcipelago di New York destinate alla quarantena dei migranti.

I sanatori e l'architettura modernista

Per l'architettura modernista, spazi puliti e luminosi erano essenziali per curare le malattie. I sanatori, molto diffusi negli anni Venti e Trenta del Novecento, curavano i malati di tubercolosi in ambienti dove era fondamentale l'accesso alla luce solare e all'aria fresca e secca. Caratteristiche dei sanatori erano le grandi finestre, la presenza di balconi, grandi superfici piane in modo da essere facilmente lavabili e non raccogliere polvere, migliore orientamento possibile per la luce e tanto verde. La qualità architettonica dei sanatori si è trasferita anche nei progetti di residenze dell'architettura modernista, come la Lovell Health House di Richard Neutra; ma anche in Villa Savoye di Le Corbusier, il più famoso architetto modernista che considerava la luce e l'aria come medicinali e introduce il lavandino per lavarsi le mani proprio vicino al suo ingresso per entrare puliti in casa.

The Lovell House at 4616 Dundee Lane, photographed shortly after its completion in 1929. (Photo by Julius Shulman/© J. Paul Getty Trust. Getty Research Institute, Los Angeles)
in foto: The Lovell House at 4616 Dundee Lane, photographed shortly after its completion in 1929. (Photo by Julius Shulman/© J. Paul Getty Trust. Getty Research Institute, Los Angeles)

Landscapes of Quarantine

Geoff Manaugh insieme a sua moglie Nicola Twilley stanno scrivendo un libro sulla quarantena, che uscirà nella primavera del 2021 da MCD Books. I due autori avevano già realizzato nel 2010, per Storefront for Art and Architecture, una mostra intitolata "Landscapes of Quarantine" in cui venivano descritti tutti gli spazi storici della quarantena, dai sanatori alle isole intorno a New York City. Anche gli astronauti di ritorno dalla missione Apollo 11 sulla luna nel 1969, furono messi in quarantena dalla NASA in un rimorchio Airstream per 21 giorni per evitare contagi. I due designer invitavano inoltre i creativi ad immaginare il futuro della quarantena. E oggi, nell'era di una pandemia, questa discussione si fa più attuale e necessaria che mai: "Abbiamo nuove malattie per le quali non abbiamo una cura e abbiamo un viaggio globale, quindi un agente patogeno può saltare in un essere umano e quella persona può essere praticamente in qualsiasi città globale entro 24 ore e quindi l'unica cosa che abbiamo la sinistra è in quarantena", afferma Geoff Manaugh, “Dobbiamo tornare a questo tipo di risposta spaziale medievale al controllo delle malattie, il che significa che l'architettura e il design urbano diventano improvvisamente medici. C'è qualcosa di totalmente affascinante in questo: che possiamo usare l'ambiente costruito come un modo per controllare la diffusione dell'epidemia.”.